giovedì 20 novembre 2014

Lotteria spaziale



Romanzo d’esordio, dopo una nutrita serie di racconti, presenta già alcuni dei temi più importanti del Dick più maturo. Innanzitutto il problema del potere. La descrizione del meccanismo che sta alla base del sistema di potere è qui solo in apparenza accostabile ad altre opere di carattere fantascientifico come The Sevent Victim di Sheckley o in termini più generali al carattere distopico delle opere di Orwell e di Huxley. In realtà Le caratteristiche del potere qui rappresentato hanno un solo scopo, delimitare l’idea del potere entro una dinamica inevitabilmente, necessariamente diseguale. Nella macchinosità di un sistema che prevede la salita al massimo grado di comando attraverso un espediente puramente casuale, l’estrazione per sorteggio, controbilanciato dalla possibilità di compiere un regicidio legalizzato, ciò che emerge nella sua plateale evidenza è l’inevitabile squilibrio che fa pendere i rapporti di forza dalla parte di chi già possedeva un suo potere precostituito. L’ex Quizmaster, Verrick,  uomo ricco e potente, industriale, scalzato dal cieco gioco del Minimax, ha tutte le chances per eliminare facilmente il nuovo vincitore, un qualunque signor x scelto dal caso in una folla di anonimi. La contropossibilità che Dick mette in gioco in questa situazione, altrimenti scontata in partenza, è determinata dal fattore imbroglio. Il nuovo Quizmaster, Cartwright, ha determinato la sua elezione modificando in anticipo i risultati del gioco. L’appartenenza a una setta politico religiosa che ha un obiettivo preciso, rende il risultato della partita non più scontato e infatti dopo una serie di colpi di scena si arriva a un ribaltamento della situazione e a un risultato inedito. Ma la cosa straordinaria di questo romanzo dalla traballante struttura fantascientifica è l’intreccio che mostra tra il sistema del potere politico ai vertici, con la sua nuda e cruda dinamica conflittuale, di guerra aperta e il sistema di assoggettamento dei membri di questa società. Un assoggettamento basato su un sistema classificatorio che porta a una dinamica incessante tra i due poli opposti di inclusione e esclusione. Per trovarsi sulla sponda degli inclusi occorre assoggettarsi al nuovo principio di fedeltà. Principio che comporta un vero e proprio giuramento. Non più dipendenti, persone che stipulano un contratto con regole prestabilite, ma un atto di fedeltà, di appartenenza, un appartenere a qualcuno per poter essere qualcuno. E’ un’analisi del potere nei suoi diversi livelli, ancora grezza ma già predisposta ad evidenziare e a intrecciare la lotta per il potere con l’assoggettamento ad esso. Al vertice, in lotta tra loro, Verrick e Cartwright, alla base il tipico personaggio dickiano, il debole, indeciso, perennemente scontento Ted Benteley. Benteley è l’eroe, il capofila, qui già ben strutturato, di tutta quella serie di protagonisti dei successivi romanzi dickiani. E’ eroe a pieno titolo in quanto portando a termine l’azione a lui affidata porterà a compimento, se non un qualche apprezzabile cambiamento del mondo, quantomeno un cambiamento di se stesso. Un cambiamento che possa renderlo capace di accogliere il discorso di verità del profeta Preston, saggio o ciarlatano che sia: “Non è un istinto brutale che ci rende inquieti e insoddisfatti. Io vi dirò di cosa si tratta: è l’obiettivo più importante che l’uomo può darsi… la necessità di crescere e migliorare… di scoprire nuove cose… di espandersi. Di diffondersi, raggiungere nuovi territori, compiere nuove esperienze, comprendere e vivere l’evoluzione. Di sfuggire alla routine e alla noia, di distruggere la cieca monotonia e spingersi in avanti. Di tenersi in movimento…” Un discorso che chiudendo il romanzo, impegna al cambiamento, alla necessità del movimento come vita, con i rischi e le incertezze ad esso connesse. Tutto il contrario di quell’idea di fuga “per tornare a uno stato di natura di sano umanesimo” un “ritorno ai valori fondamentali della vita umana, ricostruiti con fatica dai pionieri alla ricerca di un mondo nuovo, non contaminato al di fuori del sistema solare” come paventa Carlo Bordoni nella postfazione dell’edizione Fanucci. Certo, il profeta Preston è anche lui chiaramente il capostipite di tutta una serie di profeti impostori, ciarlatani, presenti nei successivi romanzi, ma proprio nella sua falsità palese mette in luce la mancanza di quella pretesa mistica, tante volte attribuita al “Dick più maturo, in cui trapela l’ansia profonda per l’avvento di un nuovo Messia, in grado di restituire la salvezza e la fede agli abitanti di un secolo di orrori”1.
La figura di questi santi ciarlatani, qui appena accennata, sarà in seguito molto complessa ma comunque sempre scevra da qualsivoglia pretesa ricerca trascendentale. Discorsi che se comunque prematuri rispetto a un personaggio ancora molto stilizzato come la figura, tecnologicamente mantenuta in vita, di questa specie di mago di Oz di un altrettanto vago mondo di Shangri La, sono utili a distanziarci da un’interpretazione in chiave parodistica. Maghi e ciarlatani non sono un obiettivo parodico, così come non lo sono gli accenni a pratiche magiche, prodigi o altri elementi di pseudo derivazione fantasy. E’ privo di fondamento una sorta di satira ante litteram della società americana che si predispone alla moda New Age degli anni ’70 come accenna Carlo Pagetti nell’introduzione2. Il pensiero magico per Dick non è né un imbroglio da smontare né una realtà altra da svelare ma una diversa forma di pensiero appartenente a un passato mai del tutto cancellato coabitante nonostante tutto con il pensiero razionale dominante. Inoltre gli accadimenti, le manifestazioni prodigiose della natura in concomitanza con il sorteggio dell’urna, gli amuleti, e questo continuo insistere sull’avere fortuna, che si ritroverà anche nei successivi romanzi allude inevitabilmente all’antica Roma, vero e proprio mondo controfigurale di tutti i mondi dickiani che sfocerà  in quell’idea del tempo fermo alla Roma del 70 d.C.3.  Un ruolo a se stante nell’economia del romanzo è l’androide, Keith Pellig  il Golem assassino che troverà un’ulteriore sviluppo in Follia per sette clan e che poi più che abbandonato “perché poco adatto a veicolare le problematiche che gli interessano” (a Dick) come suggerisce Antonio Caronia4 trova un suo ideale ribaltamento nell’invenzione dell’alter abito di Un oscuro scrutare. Il corpo artificiale plurinvaso da una molteplicità di identità diverse trova la sua trasfigurazione in un abito artificiale che modifica in continuazione la fisionomia di un’unica identità.

1 Carlo Bordoni, Postfazione, Lotteria dello spazio, Roma, Fanucci
2 Carlo Pagetti, Introduzione, Lotteria dello spazio, Roma Fanucci
3 “L’affermazione più impegnativa di Philip K. Dick sulla storia la troviamo nell’Exegesis, poi ripetuta in >Radio libera Albemuth e in >VALIS (oltre che in un passaggio piuttosto criptico del discorso di Metz, Dick 1977): i millenovecento anni trascorsi dalla caduta del tempio di Gerusalemme sono pura illusione e noi viviamo ancora, senza saperlo, nel 70 d.C.” A. Caronia, (voce): storia in A. Caronia D. Gallo, Philip K. Dick la macchina della paranoia, Milano, Agenzia X, 206, pag. 228

4 A. Caronia, (voce): androidi, ibidem pag. 94

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